Lo zen e l’arte del click

Se si nasce in Italia e si vive l’infanzia nel centro storico di una città con duemila anni di storia, si comincia, a poco a poco, a parlare con le pietre. In tutti questi anni non ho perso l’abitudine di toccare con i polpastrelli le superfici liscie dei blocchi di marmo dell’anfiteatro, i riccioli delle criniere dei leoni reggiprotiro delle cattedrali, i bronzi e i ferri dei cancelli trecenteschi. Lo devo fare: è più forte di me.

E’ quindi naturale che il soggetto delle mie prime fotografie fosse proprio lei, la mia città. Così ho cominciato a passeggiare per le sue strade un giorno con il naso all’insù, verso i balconi più alti, sorprendendo stucchi sottogrondaie e ombre di affreschi, un giorno con il naso all’ingiù, innamorandomi dei tombini e delle grate dei mezzanini. Mai ad altezza uomo. La città che cercavo allora, e cerco ancora oggi, racconta la sua storia sulla pelle dei suoi palazzi, sulle rughe degli intonaci che cadono. I suoi sono gli occhi di finestre trilobate che piangon giù gerani, ma sorridono con porte dai vecchi battenti spalancati. La città della Pimpa: faccefacciate col sorriso.

I miei scatti non vogliono raccontare nessuna storia, del resto anche nello scrivere mi scopro più vicina alla poesia che alla prosa. Le mie sono inquadrature di attimi architettonici, di armonie fini a sé stesse, sono ritratti di spiriti che abitano pietra e mattoni, genius loci, kami.

In giornate troppo deprimenti e vuote decido di andare in pellegrinaggio verso questi spiriti invisibili. Rigorosamente a piedi. Lo zen e l’arte del click. I miei passi nei vicoli che sanno di muffa e gas, il simulacro-monocolo fra le mani, cuore puro e bocca cucita. Come in un’immensa cattedrale dalle mille navate, percorro le strade del centro storico in attesa che qualche kami si manifesti sotto forma di pozzo, portale scolpito o statua di marmo. E quando lo scopro, lo scatto è una preghiera, un dialogo e una riappacificazione con la realtà.

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