“GHOST IN THE SHELL”

Lo spirito nella materia

Lo spirito dell’uomo si sente costretto nell’involucro che la Natura gli ha donato: per fare tutto ciò che riesce a progettare deve cambiare il proprio essere.Il cyborg è il risultato alchemico dell’unione di spirito/biologico con metallo/macchina.La macchina, immortale in quanto sfugge al divenire della carne, conferisce al corpo quel valore aggiunto che consente allo spirito di realizzare più del consentito dalla natura.

Nell’immaginario occidentale Otto-Novecentesco, l’uomo/ macchina (e la macchina/uomo) sono spesso dipinti come mostruosità, come entità che hanno perso il proprio lato umano, il proprio spirito. La creatura di Frankenstein (Mary Shelley, 1818), i mostruosi gemelli (Il gabinetto delle figure di cera, 1933) e lo stesso Golem (1915) di Gustav Meyrink, , sebbene costruiti con carne, sono parenti stretti del cyborg e del robot. Le tecniche esoteriche e la scienza ancora agli albori sono poste sullo stesso piano: quello della generazione di mostruosità contro natura, orribili a vedersi e, nel caso di Frankenstein, pericolose per l’uomo. Di metallo e magia è invece fatta Maria, l’androide ingannevole, la seduttrice metallica di Metropolis (Fritz Lang, 1927). Nata con tecniche a metà fra scienza ed esoterismo in un laboratorio nero di fuliggine e dalle geometrie espressioniste e convulse, Maria è uno dei primi robot sexy, la tentatrice che vuol portare con l’inganno la società umana all’autodistruzione.

Questi esempi ci vogliono insegnare che chi va al di là della natura, tentando di superare i suoi limiti mediante impianti, trasmutazioni elettromagnetiche e correzioni di metallo sul biologico, va inevitabilmente incontro alla rovina. E’ facile cogliere, fra le righe, il monito cristiano di non tentare la strada della creazione, in quanto essa compete soltanto al Creatore. Anche l’alchimista del XVI secolo che insegue la creazione di homuncoli in vitro si oppone a Dio e diviene quindi demoniaco.

Praga, terra di homuncoli e di Golem, è anche la patria del concetto stesso di robot. Il robot nasce sulle pagine di R.U.R. (Rossum’s Universal Robot, 1920) di Karel Čapek, già con un’aura di pessimismo, infatti in cèco robota significa corvée, lavoro forzato.La tecnologia, nuovamente, si mette al servizio del fare, del costruire, dell’andare al di là del consentito, come una sorta di stampella dello spirito.Man mano che si sviluppa, l’idea di robot si evolve: da “operaio artificiale” diviene il concretizzarsi dell’ “altro da sé”, il pericolo, il mostro, l’incontrollabile. E qui si torna al Golem, che di questo concetto rappresenta un vero paradigma. Poco importa se non si tratta di un insieme di schede elettroniche e metallo: un robot può essere anche fatto di terra impastata secondo cerimonie kabbalistiche.

Nel mondo orientale, invece, tutto è pervaso di spirito, specialmente le cose. L’uomo viene dopo. Non è l’uomo a infondere vita agli oggetti, ma sono gli oggetti stessi a possedere lo spirito. Lo aveva capito, in Italia, anche Collodi, che diede voce ad un ciocco di legno prima ancora che Mastro Geppetto ne facesse uscire Pinocchio.

Questa concezione dello spirito delle cose trova humus fertile nelle culture dove l’Uomo e la Natura non sono entità contrapposte, ma l’uno il figlio dell’altra. L’umiltà spirituale dei giapponesi di fronte al cosmo ha creato schiere di kami e yokai.Il kami è lo spirito, soggetto divino dotato di coscienza e soggettività, possiede un nome e spesso un aspetto ben identificabile (anche se, come tutti gli spiriti, è incline alle metamorfosi). Può vivere in una montagna, in un fiume; è un parente stretto delle divinità minori del mondo greco-romano.

Lo yokai invece è un’entità spirituale sovente dolorosa, afflitta da ossessioni maligne che lo portano a confrontarsi e ad attaccare gli umani. Lo yokai può essere lo spirito di un defunto, ma non obbligatoriamente. Un particolare tipo di yokai, lo tsukumogami è lo spirito che alberga dentro un oggetto e il folklore nipponico è ricco di miti su oggetti infestati da spiriti. Ombrelli-yokai zampettano sul loro bastone roteando un unico, terribile occhio, pile di piatti olandesi in ceramica blu snodano spire come orridi draghi, vecchie lampade di bambù spalancano strappi nella carta come bocche dolenti (vedi stampe di Hokusai, circa 1930).  L’oggetto acquista un’anima dopo i 100 anni e se il proprietario non lo tratta con il dovuto rispetto, lo spirito che alberga dentro di esso si vendicherà nei modi più orribili. (Oggetti dotati di identità e parola, ma ben più benevoli, sono usciti anche dalle pagine del praghese Kafka, ma questa è un’altra storia).

Con la modernizzazione, anche il Giappone si trova a dover confrontarsi con le macchine: quando il robot mette piede nella Terra del Sol Levante non lo fa per divenire un umile servitore dell’uomo, come nel romanzo di Čapek. Uno dei primi robot a comparire sulle scene è Astro Boy (Osamu Tezuka, 1952), un Pinocchio di metallo e transistor, costruito da un inventore con le sembianze del figlio defunto. Astro boy dà il la ad una serie di androidi propriamente detti, simulacri d’uomo in metallo, ma dotati di personalità e di anima, di cui Ghost in the shell (Masamune Shirow, 1989) è l’esempio più lampante. Nell’opera di Shirow appare un ghost, uno spirito, generatosi da software informatici, che si autodetermina come entità viva e soggettiva. Questo metterà in crisi la protagonista, una cyborg dall’aspetto di donna, Motoko Kusanagi, che scoprirà dentro di sé – appunto – un Sé.

Il robot in Giappone trova dunque il suo spirito, diviene un Golem divino, e, in quanto frutto della tecnologia dell’uomo, a quest’ultimo si lega, in un’alchemica unione.

Ecco quindi sorgere la numerosa famiglia dei mecha, i robot giganti, robot-fortezze, robot-armature mentalmente fusi con il loro pilota, da Ufo Robot Goldrake (Go Nagai, 1973) fino agli E.V.A. di Evangelion (Hideaki Anno, 1995). Il pilota umano vive in simbiosi con la macchina, ma della macchina prova sul proprio corpo tutte le lacerazioni e le rotture durante gli scontri col nemico.

L’uomo è divenuto lo spirito della macchina.

Maddalena Gemma

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