Scusi, quanto costa un corno dogale?

Venezia Cà d'Oro

foto di M. Gemma

Settembre tempo di migrare, o, per lo meno, di gitarelle giornaliere. Me ne concedo sempre qualcuna per inaugurare con un affaccio sul mondo il nuovo anno lavorativo (e speriamo che lo sia sul serio, lavorativo, stavolta!).

Dal momento che il mio feng-shui mentale mi orienta sempre o a Nord o ad Est, venerdì scorso ho optato per una giornata serenissima in Laguna. In programma, una ri-visitina alla Collezione Franchetti in Cà d’Oro e un saluto al drago di Carpaccio. Ho trascinato in quest’impresa la mia paziente genitrice, sempre affamata, come me, di arte e di piatti tipici.

L’afa straordinaria di questa fine estate non ha agevolato le nostre passeggiate fra le calli, ma grazie ad essa ho sperimentato i nuovi gusti di Grom cioccolato extra noir e caramello al sale e devo dire che ne è valsa la pena (uno ying e yang in copetta: chiarissimo caramello allo stato semiliquido e roccioso, quasi nero cioccolato incrostato di intensa granella). Raggiunta la Cà d’Oro mi sono piacevolmente stupita della possibilità di scattare fotografie non solo in cortile o dalle logge, bansì anche all’interno del Museo! E nessuna opera è conservata dietro vetri o vetrinette! Cosa rara cosa bella. Questa del poter scattare in pace (senza flash ovviamente) è un’occasione per poter gustare più a fondo la visita. Attendere il momento propizio al click, spostarsi alla ricerca di angolazioni migliori concede al turista il tempo per osservare davvero l’opera che ha di fronte. Scoprire la traccia della pennellata, accorgersi di un particolare, spesso buffo o inconsueto, avvicina l’opera alla gente. E si sa: dalla conoscenza può svilupparsi anche l’amore ( e Dio solo sa di quanto amore ha bisogno l’Arte Italiana oggi per sopravvivere! ). Quindi complimenti ai dirigenti del Polo Museale Veneziano per questa scelta coraggiosa. Il must turistico del Museo è però la possibilità di affacciarsi dalle celeberrime logge sul Canal Grande. Sì, esatto: le leggendarie finestrature intagliate nella pietra come pizzi sono visitabili! “Beh?” mi direte voi. A me non sembra una cosa così ovvia. Da ragazzina, china sui testi di Storia dell’Arte, sgranavo gli occhi davanti alla foto della facciata gotica della Cà d’Oro e mi sembrava l’edificio più fantastico del mondo, un miracolo delle Fate. Quindi, se ci andrete, rifletteteci, rendetevi conto del luogo in cui avete il privilegio di trovarvi, e magari vi gusterete ancor più la visita.

Uscite dalla Cà d’Oro abbiamo scovato, in fondo ad una calle ombrosa, una T.T. (trattoria tipica) dall’insegna meravigliosamente vintage, dipinta a mano su latta: Alla Vedova. Dal momento che il menu offriva piatti tradizionali ad un prezzo per nulla tradizionale per Venezia, abbiamo deciso di pranzare lì. Sarà stata la luce, sarà stato l’arredamento deliziosamente d’antan, fatto sta che mi sono sentita subito accolta e a mio agio. Sedute ad un bel tavolone di legno scuro lisciato da generazioni di avventori, abbiamo ordinato Spaghetti alla Busara e Frittura di Pesce con Polenta, più due polpette, che poi ho scoperto essere il piatto forte della casa, decantate su mille website come “le migliori di tutta Venezia”. Gli spaghetti erano decorati con due scampi belli grossi e conditi con un sughino piccante al pomodoro. Buoni, cotti giusti. La frittura (scelta da mia madre) è stata una scoperta magnifica: in pratica un tempura leggerissimo, per nulla unto e croccantissimo. Le polpette giustamente considerate un vanto,croccanti fuori e morbide dentro, con un ben equilibrato sapore di maiale e aromi. Vino bianco della casa veramente delizioso.

La strada che porta al drago di Carpaccio è lunga, ma costellata di meraviglie: San Zanipolo, la Scuola Grande di San Marco e quell’incantesimo di marmo che è Santa Maria dei Miracoli. Stranamente al di fuori dei percorsi turistici più conosciuti, Santa Maria è uno degli edifici veneziani più commoventi e meglio conservati. Non riesco a descriverla: è semplicemente il cofanetto dei gioielli di una gigantessa poggiato fra le case, sulla riva di un canale. Spero solo che l’immane damigella venga un bel giorno a riprenderselo, salvandolo così dal destino di sfacelo che sembra condannare Venezia.

Nel raccolto campiello alberato che fiancheggia l’abside di Santa Maria ho scoperto una bottega artigiana di costumi veramente fuori dall’ordinario. Sulla vetrina, un foglietto in varie lingue, invita chi legge ad entrare, curiosare, porre domande alla proprietaria “perché fa piacere”. Non è incredibile Venezia? Così, spinta da quell’insolito invito, sono entrata in uno stanzino stipato di gonne d’oro, stormi di neri tricorni e abiti da Arlecchino. In un angolino seminascosto da mucchi di stoffe, una bella signora dall’aria saggia, seduta alla macchina da cucire. Vestiva un lungo peplo pieghettato à la Fortuny. Venezia, sei unica. “Scusi, quanto costa un corno dogale?” “100 euro. La struttura la compro: è di cartapesta. Io scelgo la stoffa in abbinamento al costume, rivesto la struttura e ci applico la fodera”.

Il campo San Giovanni e Paolo –Zanipolo per gli amici- si scopre dopo un piccolo ponte arcuato. A sinistra la Scuola Grande di San Marco, altro pizzo marmoreo, multicolore opera del Codussi. Ora è la sede dell’Ospedale cittadino (e io spero sempre di rompermi una caviglia ogni volta che vado a Venezia per poter essere ricoverata fra le sue stanze colonnate). Consiglio a questo punto di concedersi uno spritz ai tavolini dei bar, sotto lo sguardo arcigno del Colleoni, e godersi l’armonia delle architetture intorno.

La Scuola di San GIorgio o degli Schiavoni, è un edificio piuttosto modesto, se confrontato con le altre Scuole cittadine. Sorge accanto ad un canale e si tiene un po’ in disparte, forse timoroso delle carovane turistiche. L’aula al piano terra si concede subito, senza atrii o gradini. Ecco il drago! Sulla parete di sinistra, un po’ in ombra, bloccato nel tentativo di assalire il San Giorgio a cavallo, le fauci da iguana spalancate e trafitte, l’enorme coda ancora piena di vita serpeggiante fra ossa e cadaveri umani, se ne sta lì da secoli, bloccato in imperitura agonia. Ma l’occhio sveglio e francamente ingenuo, la fronte pelosetta piena di rughe come quella degli scimpanzé, le zampette anteriori sollevate come quelle dei gatti che giocano, le orecchie pendule da coker, tutto mi fa pensare che sia solo una finta. La lancia infitta nella testa è un giocattolo da teatro, un’asta a molla che non fa male a nessuno. Il sangue è pomodoro e San Giorgio è un ragazzone che vuol far il figo con la principessa la quale sta, a torcersi le mani dalla paura, in un angolo a destra.  E, se si osserva con cura, lo sguardo della ragazza è pieno sì di apprensione, ma per il drago! Sono convinta che Carpaccio si sia divertito un mondo a realizzare il Ciclo di San Giorgio e le altre tavole per la Scuola. Ha infarcito le scene di orripilanti dettagli horror come i cadaveri smangiucchiati e mummificati proprio come un regista hoolywoodiano oggi insegue gli effetti speciali in digitale. Si è sbizzarrito a inventarsi un drago con ali da pipistrello e scaglie da coccodrillo, un cucciolo di basilisco dal musetto di ciuco e il portamento da aquilotto che pare giocare con il San Trifone bambino. Ma la tavola che forse più di tutti mi trasmette il senso del teatro tipico di Carpaccio è San Girolamo e il leone nel convento. Il possente felino, riconoscente per le cure ricevute dal santo, lo segue fedelmente come un cagnolino. Il vecchio eremita visita un convento, ma i frati, terrorizzati al solo scorgere la belva, fuggono in un tripudio di tonache al vento e dinamiche diagonali. Girolamo, con gesti stanchi di vecchio, indica il leone, spiegando al frate più vicino la natura bonaria del gattone, ma non c’è nulla da fare: nessuno ci crede e tutti corrono a rifugiarsi nelle loro celle.

Il piano superiore della Scuola di San Giorgio è occupato da un’aula per riunioni che sembra ricavata in un antico galeone: legni scuri, soffitto basso e horror vacui decorativo. Del resto gli Schiavoni (così venivano chiamati i Dalmati al tempo della Serenissima Repubblica) erano uomini di mare e forse sentirsi dentro un galeone faceva loro credere di essere in viaggio verso casa.

A proposito di viaggi verso casa, prima di raggiungere la stazione, vi consiglio due veloci tappe culinarie dove potrete acquistare un ricordo gastronomico o anche solo uno spuntino da consumare in treno. Se vi trovate dalle parti di Cannaregio, raggiungete il Ponte delle Guglie, fiancheggiate per qualche decina di metri il canale, infine seguite il cartello che segnala il Ristorante Gam Gam (zona Ghetto). In quella stretta e caratteristica calle punteggiata di botteghe antiquarie, troverete il Panificio Volpe, specializzato in dolci ebraici e kasher. Vi consiglio gli azzimi dolci, le orecchie di Amman e le meravigliose impade alle mandorle. Se invece venite da Dorsoduro, acquistate qualche onigiri al Panificio Majer. Cos’è un onigiri? No, no, niente a che fare con gli zaleti o il pan del pescatore! Si tratta di spuntino giapponese: riso ripieno di carne o tonno e spolverato d’alga nori o semi di sesamo. Che c’entra il Giappone con Venezia? Chiedetelo a Carlo Scarpa.

Alla prossima!

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