Nuvole fluttuanti

SOGNANDO LI PO
(parte seconda di una lirica di TU FU, 712-770 d.C.)

Nuvole fluttuanti, per tutto il giorno in moto;
anche tu vaghi a lungo, senza però arrivare!
Intanto io ti sogno, ormai da un po’ di notti;
e dall’intimità mi accorgo del tuo affetto!
Però sei sempre cauto: tu taci del ritorno;
non ti è facile affatto giungere sino a me!
Il vento increspa tanto le acque di fiumi e laghi,
ponendo la tua barca al rischio d’un rovescio.
Te ne stai lì all’aperto: gratti i capelli bianchi,
mentre vai rinnegando gli scopi d’una vita.
E lì alla capitale degli alti funzionari,
mentre tu solo resti stravolto e ormai disfatto!
“La rete è molto vasta” – ci fu qualcuno a dirlo?
D’altra parte, invecchiando, si viene intrappolati.
Per tanti e tanti anni durerà a tua fama;
eppure, solitario, ti apparterai dal mondo!

Sono stata catturata da questa melanconica lirica cinese ieri sera. Per lubrificare la scivolata verso il sonno del mio cervello, la sera leggo qualche pagina. Solitamente si tratta di saggistica, ma ora che ho intrapreso -l’arduo (accidenti se lo è!!) – studio della lingua cinese, mi sto dedicando a letture che mi possano avvicinare al mondo del Paese di Mezzo. Così, girellando sull’e-shop di una nota casa editrice, mi sono imbattuta in “Poesia Cinese dell’epoca T’ang“.

Il Periodo T’ang ha visto un eccezionale fiorire delle arti in Cina. Il celeberrimo Li Po, considerato il poeta più eccelso dell’intera Nazione, nacque ed operò proprio in questa gloriosa epoca. I temi maggiormente toccati dai lirici t’ang però riflettono poco la gioia che ci potremmo aspettare da un periodo storico così fecondo. Nostalgia, delusione professionale, amarezze, affetti lontani e melanconie varie emergono ripetutamente dai versi come stanche onde sulla battigia.

Molti poeti lamentano la sorte di esuli, altri la sconfitta – amarissima – di fronte all’esame di Stato per conquistare il prestigioso titolo di funzionario chin-shih. E’ impressionante percepire il dolore di artisti di un’epoca e di un luogo così lontani rispetto al nostro mondo. Non voglio però soffermarmi sul trito concetto di “poesia universale” e “l’umanità è sempre uguale a sé stessa”: è chiaro a tutti. Voglio soffermarmi invece sui versi qui sopra, i versi di To Fu che rimpiange la compagnia del suo grande amico Li Po.

Io ho un mio Li Po, credo lo abbiamo tutti. Un Li Po con cui abbiam trascorso giornate di nuvole fluttuanti, giornate elettriche, convulse, giornate creative, in cui abbiam partorito progetti esaltanti e intessuto trame di futuri possibili e auspicabili. Eravamo giovani, sotto quelle nuvole. Avevamo vent’anni, venticinque e – i più fortunati fra noi – addirittura trenta. Imparavamo cose nuove, immagazzinavamo nozioni, notizie, novità. Spalancavamo occhi e bocca davanti a schermi, libri, fogli e dispense. Il futuro. Era sempre sabato per noi.

Poi è arrivata la domenica. Anzi, no. Non è mai arrivata. Al suo posto è arrivata la crisi economica. Sono arrivate le porte chiuse, i rifiuti, i clienti che non pagano, la fine di rapporti di lavoro, la necessità di cambiare mestiere e settore. E’ arrivata la spossatezza, il mal di schiena, la difficoltà a capire al primo colpo, il fiato corto, la ruga amara agli angoli della bocca (quella che i mangaka disegnano sempre sui visi delle madri stanche nei manga giapponesi). E’ arrivata l’odiosa consapevolezza che le nuvole fluttuano sopra di te, ma tu non sei più in grado di inseguirle…

…eppure, a volte, sfogliando vecchie foto o riscoprendo schizzi finiti in fondo a qualche cassetto…

… io lo voglio prendere ancora per mano il mio Li Po, perso nella capitale degli alti funzionari, e voglio guardare ancora il cielo con lui. Chissà che qualche nuvoletta non riusciamo ancora ad afferrarla.

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“GHOST IN THE SHELL”

Lo spirito nella materia

Lo spirito dell’uomo si sente costretto nell’involucro che la Natura gli ha donato: per fare tutto ciò che riesce a progettare deve cambiare il proprio essere.Il cyborg è il risultato alchemico dell’unione di spirito/biologico con metallo/macchina.La macchina, immortale in quanto sfugge al divenire della carne, conferisce al corpo quel valore aggiunto che consente allo spirito di realizzare più del consentito dalla natura.

Nell’immaginario occidentale Otto-Novecentesco, l’uomo/ macchina (e la macchina/uomo) sono spesso dipinti come mostruosità, come entità che hanno perso il proprio lato umano, il proprio spirito. La creatura di Frankenstein (Mary Shelley, 1818), i mostruosi gemelli (Il gabinetto delle figure di cera, 1933) e lo stesso Golem (1915) di Gustav Meyrink, , sebbene costruiti con carne, sono parenti stretti del cyborg e del robot. Le tecniche esoteriche e la scienza ancora agli albori sono poste sullo stesso piano: quello della generazione di mostruosità contro natura, orribili a vedersi e, nel caso di Frankenstein, pericolose per l’uomo. Di metallo e magia è invece fatta Maria, l’androide ingannevole, la seduttrice metallica di Metropolis (Fritz Lang, 1927). Nata con tecniche a metà fra scienza ed esoterismo in un laboratorio nero di fuliggine e dalle geometrie espressioniste e convulse, Maria è uno dei primi robot sexy, la tentatrice che vuol portare con l’inganno la società umana all’autodistruzione.

Questi esempi ci vogliono insegnare che chi va al di là della natura, tentando di superare i suoi limiti mediante impianti, trasmutazioni elettromagnetiche e correzioni di metallo sul biologico, va inevitabilmente incontro alla rovina. E’ facile cogliere, fra le righe, il monito cristiano di non tentare la strada della creazione, in quanto essa compete soltanto al Creatore. Anche l’alchimista del XVI secolo che insegue la creazione di homuncoli in vitro si oppone a Dio e diviene quindi demoniaco.

Praga, terra di homuncoli e di Golem, è anche la patria del concetto stesso di robot. Il robot nasce sulle pagine di R.U.R. (Rossum’s Universal Robot, 1920) di Karel Čapek, già con un’aura di pessimismo, infatti in cèco robota significa corvée, lavoro forzato.La tecnologia, nuovamente, si mette al servizio del fare, del costruire, dell’andare al di là del consentito, come una sorta di stampella dello spirito.Man mano che si sviluppa, l’idea di robot si evolve: da “operaio artificiale” diviene il concretizzarsi dell’ “altro da sé”, il pericolo, il mostro, l’incontrollabile. E qui si torna al Golem, che di questo concetto rappresenta un vero paradigma. Poco importa se non si tratta di un insieme di schede elettroniche e metallo: un robot può essere anche fatto di terra impastata secondo cerimonie kabbalistiche.

Nel mondo orientale, invece, tutto è pervaso di spirito, specialmente le cose. L’uomo viene dopo. Non è l’uomo a infondere vita agli oggetti, ma sono gli oggetti stessi a possedere lo spirito. Lo aveva capito, in Italia, anche Collodi, che diede voce ad un ciocco di legno prima ancora che Mastro Geppetto ne facesse uscire Pinocchio.

Questa concezione dello spirito delle cose trova humus fertile nelle culture dove l’Uomo e la Natura non sono entità contrapposte, ma l’uno il figlio dell’altra. L’umiltà spirituale dei giapponesi di fronte al cosmo ha creato schiere di kami e yokai.Il kami è lo spirito, soggetto divino dotato di coscienza e soggettività, possiede un nome e spesso un aspetto ben identificabile (anche se, come tutti gli spiriti, è incline alle metamorfosi). Può vivere in una montagna, in un fiume; è un parente stretto delle divinità minori del mondo greco-romano.

Lo yokai invece è un’entità spirituale sovente dolorosa, afflitta da ossessioni maligne che lo portano a confrontarsi e ad attaccare gli umani. Lo yokai può essere lo spirito di un defunto, ma non obbligatoriamente. Un particolare tipo di yokai, lo tsukumogami è lo spirito che alberga dentro un oggetto e il folklore nipponico è ricco di miti su oggetti infestati da spiriti. Ombrelli-yokai zampettano sul loro bastone roteando un unico, terribile occhio, pile di piatti olandesi in ceramica blu snodano spire come orridi draghi, vecchie lampade di bambù spalancano strappi nella carta come bocche dolenti (vedi stampe di Hokusai, circa 1930).  L’oggetto acquista un’anima dopo i 100 anni e se il proprietario non lo tratta con il dovuto rispetto, lo spirito che alberga dentro di esso si vendicherà nei modi più orribili. (Oggetti dotati di identità e parola, ma ben più benevoli, sono usciti anche dalle pagine del praghese Kafka, ma questa è un’altra storia).

Con la modernizzazione, anche il Giappone si trova a dover confrontarsi con le macchine: quando il robot mette piede nella Terra del Sol Levante non lo fa per divenire un umile servitore dell’uomo, come nel romanzo di Čapek. Uno dei primi robot a comparire sulle scene è Astro Boy (Osamu Tezuka, 1952), un Pinocchio di metallo e transistor, costruito da un inventore con le sembianze del figlio defunto. Astro boy dà il la ad una serie di androidi propriamente detti, simulacri d’uomo in metallo, ma dotati di personalità e di anima, di cui Ghost in the shell (Masamune Shirow, 1989) è l’esempio più lampante. Nell’opera di Shirow appare un ghost, uno spirito, generatosi da software informatici, che si autodetermina come entità viva e soggettiva. Questo metterà in crisi la protagonista, una cyborg dall’aspetto di donna, Motoko Kusanagi, che scoprirà dentro di sé – appunto – un Sé.

Il robot in Giappone trova dunque il suo spirito, diviene un Golem divino, e, in quanto frutto della tecnologia dell’uomo, a quest’ultimo si lega, in un’alchemica unione.

Ecco quindi sorgere la numerosa famiglia dei mecha, i robot giganti, robot-fortezze, robot-armature mentalmente fusi con il loro pilota, da Ufo Robot Goldrake (Go Nagai, 1973) fino agli E.V.A. di Evangelion (Hideaki Anno, 1995). Il pilota umano vive in simbiosi con la macchina, ma della macchina prova sul proprio corpo tutte le lacerazioni e le rotture durante gli scontri col nemico.

L’uomo è divenuto lo spirito della macchina.

Maddalena Gemma

Tutti i diritti riservati©

Lo zen e l’arte del click

Se si nasce in Italia e si vive l’infanzia nel centro storico di una città con duemila anni di storia, si comincia, a poco a poco, a parlare con le pietre. In tutti questi anni non ho perso l’abitudine di toccare con i polpastrelli le superfici liscie dei blocchi di marmo dell’anfiteatro, i riccioli delle criniere dei leoni reggiprotiro delle cattedrali, i bronzi e i ferri dei cancelli trecenteschi. Lo devo fare: è più forte di me.

E’ quindi naturale che il soggetto delle mie prime fotografie fosse proprio lei, la mia città. Così ho cominciato a passeggiare per le sue strade un giorno con il naso all’insù, verso i balconi più alti, sorprendendo stucchi sottogrondaie e ombre di affreschi, un giorno con il naso all’ingiù, innamorandomi dei tombini e delle grate dei mezzanini. Mai ad altezza uomo. La città che cercavo allora, e cerco ancora oggi, racconta la sua storia sulla pelle dei suoi palazzi, sulle rughe degli intonaci che cadono. I suoi sono gli occhi di finestre trilobate che piangon giù gerani, ma sorridono con porte dai vecchi battenti spalancati. La città della Pimpa: faccefacciate col sorriso.

I miei scatti non vogliono raccontare nessuna storia, del resto anche nello scrivere mi scopro più vicina alla poesia che alla prosa. Le mie sono inquadrature di attimi architettonici, di armonie fini a sé stesse, sono ritratti di spiriti che abitano pietra e mattoni, genius loci, kami.

In giornate troppo deprimenti e vuote decido di andare in pellegrinaggio verso questi spiriti invisibili. Rigorosamente a piedi. Lo zen e l’arte del click. I miei passi nei vicoli che sanno di muffa e gas, il simulacro-monocolo fra le mani, cuore puro e bocca cucita. Come in un’immensa cattedrale dalle mille navate, percorro le strade del centro storico in attesa che qualche kami si manifesti sotto forma di pozzo, portale scolpito o statua di marmo. E quando lo scopro, lo scatto è una preghiera, un dialogo e una riappacificazione con la realtà.

Impagabile

C’era una volta un ragazzo con gli occhi pieni di speranza e il cuore pieno di storie. Come tanti suoi coetanei aveva un grande sogno: diventare uno scrittore. La passione non gli mancava e così si mise di buona lena, chino sulla macchina da scrivere. Cantò le gesta di un eroe in un mondo percorso da correnti magiche e costellato di pericoli, un mondo di valli e montagne, castelli e antiche città, proprio come la sua Verona. Ne uscì una saga fantasy in sette volumi. Un debutto con i fiocchi!

E poi?

E poi quel ragazzo è divenuto un uomo, si è laureato ed ora è un professore e uno scrittore emergente nel panorama italiano. Si chiama Fabrizio Valenza ed ha pubblicato opere di qualsiasi genere, dal romance all’horror ed è tanta la sua passione per il mondo della scrittura che spesso organizza workshop sull’arte del narrare.

Sì, ma la saga fantasy?

Il primo volume di Storia di Geshwa Olers (sì, è proprio di Ges che sto parlando!) debuttò su carta per i tipi de L’Età dell’Acquario, il secondo invece per quelli di Edizioni Domino. L’originale ambientazione delle vicende e i riferimenti alle leggende e alle creature magiche dell’immaginario veronese e cimbro fanno della Saga un perfetto esempio di fantasy italiano (c’è chi lo definisce med-fantasy, la via mediterranea del fantasy). Il che, se mi permettete un commento personale, dà un valore aggiunto alla Saga. (Tolkien faceva riferimento alla mitologia e all’immaginario del suo popolo, trovo giusto che i nostri autori facciano altrettanto).

E il terzo volume?

Ecco, qui viene il bello. Fabrizio, con un colpo di scena degno del suo horror Commento d’Autore, ha deciso di regalare ai suoi lettori, un volume alla volta, l’eptalogia al gran completo. Avete capito perfettamente: Storia di Geshwa Olers è scaricabile gratuitamente qui. In una realtà basata sui profitti come la nostra, una scelta simile può non venir capita e condivisa. Ecco perché Fabrizio ha esposto in questo articolo le ragioni che l’hanno spinto al grande passo. Grazie alla sempre maggior diffusione di lettori come iPad e Kindle Ges potrà viaggiare non solo nel Masso Verde, ma anche nelle tasche dei lettori!

Auguro a Fabrizio un grande successo con questa iniziativa. E non lo dico solo perché è un amico, ma perché davvero se lo merita, come persona e come Autore.

Scusi, quanto costa un corno dogale?

Venezia Cà d'Oro

foto di M. Gemma

Settembre tempo di migrare, o, per lo meno, di gitarelle giornaliere. Me ne concedo sempre qualcuna per inaugurare con un affaccio sul mondo il nuovo anno lavorativo (e speriamo che lo sia sul serio, lavorativo, stavolta!).

Dal momento che il mio feng-shui mentale mi orienta sempre o a Nord o ad Est, venerdì scorso ho optato per una giornata serenissima in Laguna. In programma, una ri-visitina alla Collezione Franchetti in Cà d’Oro e un saluto al drago di Carpaccio. Ho trascinato in quest’impresa la mia paziente genitrice, sempre affamata, come me, di arte e di piatti tipici.

L’afa straordinaria di questa fine estate non ha agevolato le nostre passeggiate fra le calli, ma grazie ad essa ho sperimentato i nuovi gusti di Grom cioccolato extra noir e caramello al sale e devo dire che ne è valsa la pena (uno ying e yang in copetta: chiarissimo caramello allo stato semiliquido e roccioso, quasi nero cioccolato incrostato di intensa granella). Raggiunta la Cà d’Oro mi sono piacevolmente stupita della possibilità di scattare fotografie non solo in cortile o dalle logge, bansì anche all’interno del Museo! E nessuna opera è conservata dietro vetri o vetrinette! Cosa rara cosa bella. Questa del poter scattare in pace (senza flash ovviamente) è un’occasione per poter gustare più a fondo la visita. Attendere il momento propizio al click, spostarsi alla ricerca di angolazioni migliori concede al turista il tempo per osservare davvero l’opera che ha di fronte. Scoprire la traccia della pennellata, accorgersi di un particolare, spesso buffo o inconsueto, avvicina l’opera alla gente. E si sa: dalla conoscenza può svilupparsi anche l’amore ( e Dio solo sa di quanto amore ha bisogno l’Arte Italiana oggi per sopravvivere! ). Quindi complimenti ai dirigenti del Polo Museale Veneziano per questa scelta coraggiosa. Il must turistico del Museo è però la possibilità di affacciarsi dalle celeberrime logge sul Canal Grande. Sì, esatto: le leggendarie finestrature intagliate nella pietra come pizzi sono visitabili! “Beh?” mi direte voi. A me non sembra una cosa così ovvia. Da ragazzina, china sui testi di Storia dell’Arte, sgranavo gli occhi davanti alla foto della facciata gotica della Cà d’Oro e mi sembrava l’edificio più fantastico del mondo, un miracolo delle Fate. Quindi, se ci andrete, rifletteteci, rendetevi conto del luogo in cui avete il privilegio di trovarvi, e magari vi gusterete ancor più la visita.

Uscite dalla Cà d’Oro abbiamo scovato, in fondo ad una calle ombrosa, una T.T. (trattoria tipica) dall’insegna meravigliosamente vintage, dipinta a mano su latta: Alla Vedova. Dal momento che il menu offriva piatti tradizionali ad un prezzo per nulla tradizionale per Venezia, abbiamo deciso di pranzare lì. Sarà stata la luce, sarà stato l’arredamento deliziosamente d’antan, fatto sta che mi sono sentita subito accolta e a mio agio. Sedute ad un bel tavolone di legno scuro lisciato da generazioni di avventori, abbiamo ordinato Spaghetti alla Busara e Frittura di Pesce con Polenta, più due polpette, che poi ho scoperto essere il piatto forte della casa, decantate su mille website come “le migliori di tutta Venezia”. Gli spaghetti erano decorati con due scampi belli grossi e conditi con un sughino piccante al pomodoro. Buoni, cotti giusti. La frittura (scelta da mia madre) è stata una scoperta magnifica: in pratica un tempura leggerissimo, per nulla unto e croccantissimo. Le polpette giustamente considerate un vanto,croccanti fuori e morbide dentro, con un ben equilibrato sapore di maiale e aromi. Vino bianco della casa veramente delizioso.

La strada che porta al drago di Carpaccio è lunga, ma costellata di meraviglie: San Zanipolo, la Scuola Grande di San Marco e quell’incantesimo di marmo che è Santa Maria dei Miracoli. Stranamente al di fuori dei percorsi turistici più conosciuti, Santa Maria è uno degli edifici veneziani più commoventi e meglio conservati. Non riesco a descriverla: è semplicemente il cofanetto dei gioielli di una gigantessa poggiato fra le case, sulla riva di un canale. Spero solo che l’immane damigella venga un bel giorno a riprenderselo, salvandolo così dal destino di sfacelo che sembra condannare Venezia.

Nel raccolto campiello alberato che fiancheggia l’abside di Santa Maria ho scoperto una bottega artigiana di costumi veramente fuori dall’ordinario. Sulla vetrina, un foglietto in varie lingue, invita chi legge ad entrare, curiosare, porre domande alla proprietaria “perché fa piacere”. Non è incredibile Venezia? Così, spinta da quell’insolito invito, sono entrata in uno stanzino stipato di gonne d’oro, stormi di neri tricorni e abiti da Arlecchino. In un angolino seminascosto da mucchi di stoffe, una bella signora dall’aria saggia, seduta alla macchina da cucire. Vestiva un lungo peplo pieghettato à la Fortuny. Venezia, sei unica. “Scusi, quanto costa un corno dogale?” “100 euro. La struttura la compro: è di cartapesta. Io scelgo la stoffa in abbinamento al costume, rivesto la struttura e ci applico la fodera”.

Il campo San Giovanni e Paolo –Zanipolo per gli amici- si scopre dopo un piccolo ponte arcuato. A sinistra la Scuola Grande di San Marco, altro pizzo marmoreo, multicolore opera del Codussi. Ora è la sede dell’Ospedale cittadino (e io spero sempre di rompermi una caviglia ogni volta che vado a Venezia per poter essere ricoverata fra le sue stanze colonnate). Consiglio a questo punto di concedersi uno spritz ai tavolini dei bar, sotto lo sguardo arcigno del Colleoni, e godersi l’armonia delle architetture intorno.

La Scuola di San GIorgio o degli Schiavoni, è un edificio piuttosto modesto, se confrontato con le altre Scuole cittadine. Sorge accanto ad un canale e si tiene un po’ in disparte, forse timoroso delle carovane turistiche. L’aula al piano terra si concede subito, senza atrii o gradini. Ecco il drago! Sulla parete di sinistra, un po’ in ombra, bloccato nel tentativo di assalire il San Giorgio a cavallo, le fauci da iguana spalancate e trafitte, l’enorme coda ancora piena di vita serpeggiante fra ossa e cadaveri umani, se ne sta lì da secoli, bloccato in imperitura agonia. Ma l’occhio sveglio e francamente ingenuo, la fronte pelosetta piena di rughe come quella degli scimpanzé, le zampette anteriori sollevate come quelle dei gatti che giocano, le orecchie pendule da coker, tutto mi fa pensare che sia solo una finta. La lancia infitta nella testa è un giocattolo da teatro, un’asta a molla che non fa male a nessuno. Il sangue è pomodoro e San Giorgio è un ragazzone che vuol far il figo con la principessa la quale sta, a torcersi le mani dalla paura, in un angolo a destra.  E, se si osserva con cura, lo sguardo della ragazza è pieno sì di apprensione, ma per il drago! Sono convinta che Carpaccio si sia divertito un mondo a realizzare il Ciclo di San Giorgio e le altre tavole per la Scuola. Ha infarcito le scene di orripilanti dettagli horror come i cadaveri smangiucchiati e mummificati proprio come un regista hoolywoodiano oggi insegue gli effetti speciali in digitale. Si è sbizzarrito a inventarsi un drago con ali da pipistrello e scaglie da coccodrillo, un cucciolo di basilisco dal musetto di ciuco e il portamento da aquilotto che pare giocare con il San Trifone bambino. Ma la tavola che forse più di tutti mi trasmette il senso del teatro tipico di Carpaccio è San Girolamo e il leone nel convento. Il possente felino, riconoscente per le cure ricevute dal santo, lo segue fedelmente come un cagnolino. Il vecchio eremita visita un convento, ma i frati, terrorizzati al solo scorgere la belva, fuggono in un tripudio di tonache al vento e dinamiche diagonali. Girolamo, con gesti stanchi di vecchio, indica il leone, spiegando al frate più vicino la natura bonaria del gattone, ma non c’è nulla da fare: nessuno ci crede e tutti corrono a rifugiarsi nelle loro celle.

Il piano superiore della Scuola di San Giorgio è occupato da un’aula per riunioni che sembra ricavata in un antico galeone: legni scuri, soffitto basso e horror vacui decorativo. Del resto gli Schiavoni (così venivano chiamati i Dalmati al tempo della Serenissima Repubblica) erano uomini di mare e forse sentirsi dentro un galeone faceva loro credere di essere in viaggio verso casa.

A proposito di viaggi verso casa, prima di raggiungere la stazione, vi consiglio due veloci tappe culinarie dove potrete acquistare un ricordo gastronomico o anche solo uno spuntino da consumare in treno. Se vi trovate dalle parti di Cannaregio, raggiungete il Ponte delle Guglie, fiancheggiate per qualche decina di metri il canale, infine seguite il cartello che segnala il Ristorante Gam Gam (zona Ghetto). In quella stretta e caratteristica calle punteggiata di botteghe antiquarie, troverete il Panificio Volpe, specializzato in dolci ebraici e kasher. Vi consiglio gli azzimi dolci, le orecchie di Amman e le meravigliose impade alle mandorle. Se invece venite da Dorsoduro, acquistate qualche onigiri al Panificio Majer. Cos’è un onigiri? No, no, niente a che fare con gli zaleti o il pan del pescatore! Si tratta di spuntino giapponese: riso ripieno di carne o tonno e spolverato d’alga nori o semi di sesamo. Che c’entra il Giappone con Venezia? Chiedetelo a Carlo Scarpa.

Alla prossima!

E’ arrivato l’autunno…

foto in binaco e nero di vecchio che passeggia sul Ponte Pietra

foto di M. Gemma

D’accordo, i più attenti di voi mi correggeranno subito: l’equinozio è il 23… e credete che non lo sappia? Sono nata proprio in quel giorno.

Però, ammettiamolo, passato ferragosto, il nostro barometro interiore scatta in modalità autunno. Si comincia a buttar qualche pensiero al cappotto visto in vetrina e si spia  – decisamente contrariate – l’ingiallire dei platani. Io poi comincio a sentir in bocca un sapor di matita. Maledetto imprinting scolastico!

Con l’autunno si ricomincia a darsi un tono. Quest’anno basta t-shirt, ma solo naracamice. Ci guardiamo severe nello specchio storcendo il naso a quel rimasuglio di abbronzatura da ciclista, vergognandosi come ladre di quel souvenir di libertà, gioioso patimento muscolare, che ci ha fatte sentire così bene. Specialmente quando hai sorpassato quel bellimbusto con la Cannondale. Però ora è tempo di tailleur.

Il mio tailleur è questo blog. Ne ho cominciati tanti in passato, qualcuno ha annaspato per anni prima di finire nel cimitero digitale dei siti semprevivi (sono ancora , intatti, cadaveri in html). Ma questa volta è diverso, e se siete curiosi, leggete le motivazioni qui.

Cosa dirò, che foto pubblicherò, che video linkerò? Ehi, questo non è Facebook!